Corrado Ferlaino a Il Mattino: “Ci vedevamo spesso, Diego e io, e spesso c’era qualcosa da festeggiare”

Corrado Ferlaino a Il Mattino: “Ci vedevamo spesso, Diego e io, e spesso c’era qualcosa da festeggiare”

L’ex presidente del Napoli, Corrado Ferlaino, ha parlato in un’intervista a Il Mattino.

Un presidente che resterà per sempre nei cuori dei napoletani per aver regalato alla città i primi due scudetti (un’altra parte di cuore è per De Laurentiis, che ha conquistato il terzo) ma soprattutto per aver portato all’ombra del Vesuvio il più grande calciatore di tutti i tempi. E proprio dei tanti brindisi e pranzi a base di ostriche e Sauvignon con Maradona ci racconta Ferlaino nell’intervista, facendoci fare un tuffo nel dolce passato, dello stadio San Paolo (oggi intitolato a Diego) sempre stracolmo, dell’attesa di Novantesimo minuto per vedere i gol della giornata, di Tutto il calcio minuto per minuto alla radio. Era uno sport più romantico, meno veloce, da assaporare d’un fiato.
Per omaggiare il presidentissimo Corrado Ferlaino prendiamo allora in prestito una bottiglia speciale, un Sauvignon Blanc neozelandese che non ha bisogno di presentazioni: il Marlborough Cloudy Bay, meglio se del 2017, perfetto con i frutti di mare e le ostriche tanto care al Pibe de oro, ma anche con il sushi. Dalla Nuova Zelanda, in questo piccolo giro del mondo enologico, torniamo in Europa e anche qui l’abbinamento è con una gemma: se fosse un vino Ferlaino potrebbe tranquillamente essere un Borgogna, ovviamente Chardonnay 100 per cento, sinonimo di eleganza e raffinatezza e capace di trasmettere a chi ama il vino forti emozioni, come può essere per gli appassionati lo scudetto conquistato dalla squadra del cuore.
E ancora, per la dolcezza rappresentata dalla vittoria di due scudetti, non si può non scegliere un vino da dessert e da meditazione. In questo caso pensando al presidente-ingegnere ci viene in mente un’autentica meraviglia enologica: il Moscato rosa, prodotto soprattutto in Alto Adige, che regala sensazioni avvolgenti ma mai stucchevoli. Strepitoso con la crostata di fragoline. E forza Napoli sempre.
«In un certo periodo della mia vita il vino l’ho anche prodotto, a pochi chilometri da Catanzaro, su una terra che avevo ereditato da mio padre. L’idea mi piaceva ma non veniva mai buono e costava più del Sassicaia. Ho lasciato perdere: meglio un’enoteca di qualità».
Domanda scontata. Che vino beveva con Maradona?
«Soprattutto champagne, la bottiglia di Veuve Clicquot a tavola con lui non mancava mai. Ci vedevamo spesso, Diego e io, e spesso c’era qualcosa da festeggiare».
D’altronde il Napoli andava forte.
«Vincevamo, eccome se vincevamo. E non c’era vittoria che non prevedesse la celebrazione che meritava».
Il primo round si consumava negli spogliatoi, dopo la partita.
«La parola d’ordine era Moet&Chandon: tra quello che i ragazzi si spruzzavano addosso per buon augurio, e quello che bevevano, se ne andavano decine di bottiglie».
Quando ci vuole ci vuole.
«Giusto così, faceva parte del gioco e a noi piaceva stare al gioco».
A cominciare da Giampiero Galeazzi.
«Grande amico del Napoli, celebrò lo scudetto del 1987 nel nostro spogliatoio, continuava a trasmettere in diretta mentre Maradona lo inondava di champagne, una telecronaca di festa, mai vista una roba simile, alla fine, ve lo ricordate? passò il microfono a Diego Armando e le interviste ai ragazzi le fece fare a lui».
Torniamo al vino.
«Se non era champagne era Sauvignon».
Sempre con Maradona?
«Certo. Il binomio con le ostriche piaceva molto a tutti e due. Ora l’accostamento potrà sembrare improprio ma l’alternativa erano gli spaghetti aglio, olio e peperoncino con una spolverata di pane fritto e grattugiato».
Da bere?
«Vino bianco. Amo i francesi, tra quelli da meditazione trovo irresistibile il Sauternes, poi il Pouilly Fumé de Ladoucette, prodotto con una selezione di uve Sauvignon scelte con cura dai vignaioli della famosa maison: per pasteggiare è l’ideale, mia moglie Roberta è una vera appassionata».
Compagni di bevute?
«Di amici ne ho avuti tanti e ne ho ancora tanti. Un calice di vino scandisce la convivialità: come si può immaginare una cena, ma anche un pranzo, senza aprire una bottiglia?».
Vero.
«Ricordo le cene milanesi con Gino Palumbo, secondo me uno tra i più grandi innovatori del giornalismo sportivo. Lavorava al Corriere della Sera, i suoi colleghi dicevano che aveva trasferito l’estro e la genialità napoletana nelle pagine del maggiore quotidiano del paese».
Cene milanesi?
«Andavamo al “Santa Lucia”, in via San Pietro all’Orto, ristorante storico, fu tra i primi, se non il primo, a portare la pizza e la cucina napoletana a Milano, lo frequentava persino Gabriele D’Annunzio».
Napoli sempre nel cuore.
«In realtà era uno dei pochi locali a chiudere tardi. Gli orari di Gino d’altronde erano quelli dei giornalisti, a tavola prima delle 22 non era possibile sedersi».
Tempistiche non proprio milanesi.
«Appunto. Giornalisti e attori. Il Santa Lucia ci mise poco a diventare un ritrovo post palcoscenico frequentato da personaggi come Joséphine Baker, Yves Montand, Totò, Eduardo De Filippo, Marcello Mastroianni. C’era un’atmosfera straordinaria».
Parliamo della cantina.
«Palumbo era un buon bevitore, moderato ma di qualità. Quel ristorante disponeva di una discreta varietà di vini campani che ovviamente noi preferivamo ai lombardi. E allora Falanghina, Fiano ma anche Aglianico e Taurasi se mangiavamo carne».
Quindi rosso.
«Beh, è chiaro che in alcune circostanze non se ne può fare a meno».
Quali?
«Le cene nel Chianti con Luciano Moggi quando era direttore sportivo del Napoli. Andavo a trovarlo spesso in Toscana, credo che per il vino sia una delle più importanti regioni italiane».
Ottima produzione.
«Brunello di Montalcino, vino nobile di Montepulciano, Chianti, e poi i famosi “Supertuscan” nella zona di Bolgheri».
Che vuole di più.
«Un Piedirosso formidabile che mi offriva Ciriaco De Mita ogni volta che andavo a casa sua, l’ho cercato ovunque, mai più trovato».
FerlainoMaradona
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